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UNO YOVO A LOME’: QUANDO RIMANERE BLOCCATI IN FAMIGLIA NON E’ TEMPO PERSO

Vi è mai capitato di dover stravolgere i vostri piani di viaggio? A me si. Sei anni fa ero partito con l’intenzione di aderire a un progetto, ma per cause di forza maggiore mi sono trovato a trascorrere tre settimane in una famiglia di Lomé in Togo. Mettermi il cuore in pace e metabolizzare la prospettiva di vedersi mandare in fumo quanto programmato in un mese di viaggio non fu affatto semplice. 

Erano passati pochi giorni dal mio arrivo e già mi sentivo frastornato: con un piede in famiglia e uno nella fossa. Dovevo accettare le condizioni così come stavano e rinunciare a parte del progetto oppure prolungare il soggiorno nel Paese. Un breve consulto con la mia coscienza mi aiutò a chiarirmi le idee. 

Optai per la soluzione che più mi aggradava e che più rispecchiava lo stato d’animo del momento: il forte desiderio di rimanere. Così, con una rapida telefonata e soli 90 euro per il cambio data, posticipai di due mesi il mio rientro. 

Finalmente rigenerato, entusiasta e con la mente sgombra da nubi, ero pronto a tuffarmi con anima e corpo in un flemmatico vortice di quotidianità. Passai le successive settimane insieme ai membri di Ajvsm, l’associazione locale partner di Oikos in Togo.

Komi, il presidente, Akouvi, la madre e Didier, un fido collaboratore, furono i protagonisti di un’allegra “brigata allo sbaraglio” piuttosto ferrata su come guadagnare soldi in men che non si dica. Per vitto e alloggio mi chiesero trecento euro al mese…che da quelle parti non sono noccioline! 

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Akouvi e alcuni amici dell'associazione Ajvsm

Akouvi, donna dalla corporatura robusta, era una padrona di casa dal sorriso smagliante e una cuoca capace di trasformare semplici prodotti della terra in gustose prelibatezze. In assenza di un piano cottura, si arrangiava come poteva: con un fornellino a gas ricaricabile, come fanno in tanti. 

Non c’era giorno in cui, a colazione, non mi facesse trovare croccanti baguettes farcite con avocado e cipolla. Il pranzo e la cena poi erano sublimi. I suoi erano succulenti piatti di riso con pollo alla salsa di arachidi che, a seconda dell’ispirazione, alternava a tuberi fritti o bolliti come manioca e igname o al fufu, un cavallo di battaglia comune a molti paesi dell’Africa Occidentale. Cimentarsi nella preparazione del fufu è divertente e piluccarsi le dita inzuppate d’unto a fine pasto, credetemi, è idilliaco!

Komi invece era un ragazzo raggiante sulla trentina, impiegato nel settore pubblico. Era l’unico ad avere un lavoro. Percepiva un salario non sufficiente a sostenere finanziariamente un’intera ciurma composta da cinque figli disgraziatamente avuti da quattro diverse donne.

Didier, disoccupato, era la mia ombra, il mio punto di riferimento. Mi accompagnava alle boutiques intorno casa a fare piccoli acquisti personali o agli internet cafè con la vana speranza di riuscire a connettere il mio tablet a un wifi. 

Questi erano anche modi per conoscersi, integrarsi, fare nuove amicizie e spendere qualche spicciolo per far girare l’economia disastrata e opportunità di degustare succose ananas accompagnate da un bel bicchiere di sodabi, un liquore locale che si ottiene dalla distillazione del vino di palma.

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Un gruppo di bambini riuniti davanti ad un negozio

LO YOVO DI ADIDOGOME’

Adidogomè, il quartiere in cui alloggiavo, alla periferia di Lomè, a 10 km dal centro città, era il mio regno. Si trovava in un’area dove le strade erano grossi cumuli di sabbia privi di carreggiate, marciapiedi e toponomastica e spostarsi con i mezzi di trasporto locali era una sfida da prendere con le molle.

Lungo le vie spiccavano case e fabbricati grezzi provvisti di riserve d’acqua, ristoranti semideserti, negozi da parrucchiere gremiti di fanciulle in cerca di un nuovo look da sfoggiare, fabbri e falegnami che esponevano merce e meccanici alle prese con macchine scassate da aggiustare.

I bambini, creature innocenti dal viso angelico, gridavano a squarciagola “Yovo yovo!”, una parola che nella lingua degli ewe, un’etnia che popola il sud del paese, identifica l’uomo bianco. Ahimé, mi avevano scovato.

Aggrappati al grembo delle madri intente a smerciare carbone in contenitori di latta, si agitavano per attirare la mia attenzione. Timidamente tendevano la mano in cerca di un “cinque”, di un segno che appagasse la loro ingenua sete di approvazione.

Ad Adidigomè condividevo un “alveare edilizio” equipaggiato di attrezzature e oggetti spartani che, se in Occidente erano ormai superate, là rasentavano la normalità. Immaginatevi un pozzo da cui attingere l’acqua necessaria per cucinare e lavarsi, una postazione in muratura adibita a doccia, quella rigorosamente “all’africana” e un buco di cemento nel quale espletare i bisogni fisiologici. 

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I bambini di Adidogomè

La mia era una stanza come tante altre, forse solo un pò originale. Ricoperta da un sottile tetto di lamiera, disponeva di un materasso imbottito di chiodi, una zanzariera, una finestra a tendina e tanti piccoli sacchetti di plastica contenenti acqua potabile, un prezioso regalo di benvenuto. In famiglia le settimane volano e forse, a pensarci bene, tre furono anche poche. 

Passavo giornate intere a familiarizzare con i nuovi costumi, a litigare con l’elettricità scostante e a lavare a mano (la lavatrice è un lusso che in pochissimi si possono concedere) vestiti sudici e sudati. Non mancavano le chiacchierate, gli scambi di opinioni, le domande indiscrete del tipo: “Sei sposato? Hai figli? oppure “Perchè non ti sposi una bella ragazza africana?” Yovo e single, a questa età, non faceva che crescere il desiderio di matrimonio di alcune giovani donzelle alla ricerca di un bancomat in carne e ossa da spennare. Nella “trappola”, ci ero cascato.

La gente scrutava e sorrideva, sembrava affascinata dall’interesse che provavo nel’interagire, nell’abbozzare un dialogo, nell’avere un confronto con chiunque mi si avvicinasse e, con una scusa banale, attaccavano bottone. Non ero un marziano, ma vedere yovo da quelle parti era una rarità.

Senza minimamente rendermene conto iniziavo a far mio uno stile di vita accomodante e rilassato, nel quale tutto o quasi veniva preso con filosofia. E non sarebbe potuto essere altrimenti al cospetto di un’indigenza devastante che non lasciava scampo.

Ma le giornate scorrevano e l’alveare edilizio era sempre più un porto di mare pronto ad accogliere amici, conoscenti, venditrici di frutta e verdura. Ad ogni ora del giorno e della sera giungevano per portare un saluto, una buona o una cattiva novella, per stringere una mano o per saldare un piccolo debito rimasto in sospeso. E io che pensavo che rimanere bloccati in famiglia fosse solo tempo perso… 

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I commercianti di Adidogomè
Simone
Simone
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